venerdì 20 aprile 2018

"American Window", Alissa Torres - L'importanza di spiegarsi...

Fonte: Angriest


Come dicevo qualche mese fa nel caso di PyongYang di Delisle, sono decisamente nuova nel mondo della grapich novel e mi muovo un po' con i piedi di piombo. In particolare perché, sebbene sarebbe infinitamente più facile scegliere storie leggere, io da un libro pretendo sempre che mi lasci qualcosa. E nonostante il fatto che, le tutte le storie lette sin qui, mi sia fatta guidare dai consigli di editori ed amici, in questo caso la scelta è stata proprio persona e, con "American Window",  mi sono resa conto in seguito di aver sottovalutato il tipo di messaggio che avrebbe potuto lasciare. Vuoi per la presentazione stringatissima del libro e vuoi per il tema, ero convinta che si parlasse dell'undici settembre come evento a sé stante e invece no, qui c'è tutt'altro. E non è un male, anzi, quello che ho trovato è decisamente più interessante di quel che pensavo ed è anche un bel messaggio di speranza, non solo per i sopravvissuti alle torri e ai familiari delle persone che hanno perso la vita in quella occasione, ma anche per chi, come me, questa cosa l'ha vista compiersi in televisione, quasi fosse una serie TV.

Questa è la storia di una donna e del suo piccolo che sta per nascere. Una mattina come tante, suo marito si alza per andare al lavoro. Lui è stato appena assunto, è un po' emozionato e anche un po' orgoglioso e sollevato di poter continuare a guadagnare in attesa che nasca il suo pargoletto. Lui esce e non tornerà mai più, perso fra le rovine di un disastro che ha gelato il mondo, cristallizzando l'attimo che ha modificato le vite di tutti. A lei non rimane nulla. Questa è la storia degli impatti di un evento del genere in una società civile e democratica basata su leggi e burocrazia ed è forse un suggerimento su come il nostro limite non stia solo nel prevenire eventi del genere ma, sopratutto, nella gestione degli effetti sulla vita di chi resta.

Se mi chiedessero perché consiglio questo libro me verrebbe da dire: "per imparare a vivere". Ero sinceramente convinta che, dopo le prime battute relative ai fatti come li abbiamo vissuti anche noi, ci sarebbe stato del profondo dolore e una rinascita. Non è esattamente così quel che qui è raccontato, infatti, il tragitto da percorrere dallo sgomento alla rinascita è una continua via crucis. L'evento in sé è eccezionale, e questo lo sappiamo e lo comprendiamo tutti; l'impossibilità di ritrovare fisicamente i nostri cari da un cumulo di macerie, come dicevo in un pezzo scritto per un calendario natalizio di Impressions chosen from another time, è complesso da elaborare: sai che non tornerà, ma il fatto di non averlo seppellito fa scattare quel meccanismo perverso del "E se fosse ancora vivo?". A questo fattore si sommano la consueta impossibilità di capire cosa fare, solitamente in ospedale trovi qualcuno che ti guida, ma la macchina di psicologi, e le associazioni di supporto, messa in piedi dallo stato americano non era pronta a gestire un evento di così grande impatto.

Ne viene fuori un quadro disastroso, fatto di depressione e di ricerca di riconoscimento dello status del morto: che era appena assunto, quindi per qualcuno non merita di avere alcun rimborso, che era straniero, e quindi senza diritti e chi più ne ha più ne metta, etc. È una storia volutamente lenta, proprio a simboleggiare la fatica dell'affrontare tutto questo senza delegare e senza riuscire a spiegarsi. Spiegarsi qui è una parola importante perché duale: 
- spiegarsi, come raccontarsi e auto fornirsi delle ragioni sul perché tutto questo sia successo;
- spiegarsi con gli altri, che nonostante riconoscano l'evento eccezionale si aspettano che la ripresa sia commisurata a quelle che hanno visto per eventi di portata inferiore.
La questione ancora più si complica quando queste due situazioni si soprappongono gelando nell'immobilismo chi li vive e portando la percezione del suo blocco, come opportunismo, come è avvenuto un anno dopo. Da un lato c'è l'esigenza della politica di creare un linguaggio funzionale che dia rassicurazioni ai cittadini su quello che si sta facendo e dall'altro questo messaggio troppo rassicurante non rivela i bachi del sistema e chi rimane invischiato diventa uno che naturalmente viene individuato come un perditempo.

Diciamo che quando pensate ad "American Window" dovete pensare ad un libro che racconta di un amore spezzato, di uno nato e è anche una storia di protesta lasciata a futura memoria, nella speranza che nessuno possa più concepire di peggio, a chi ne avesse bisogno. E in questo colpisce nel segno, a distanza di tre mesi dalla lettura, non solo ricordo perfettamente quello che ho pensato sfogliandolo, ma anche quello che mi sarebbe piaciuto sapere in più da Alissa, riguardo la sua autobiografia in immagini, come ad esempio, perché questo stile e non un altro. 
Il libro infatti in alcuni punti presenta tavole bicolori e in altre è completamente in bianco e nero, lo stile dei disegni di Sungyoon Choi non è "asiatico", la distribuzione nelle tavole sembra - a me che ci capisco poi poco quindi non prendetelo per oro colato - americana. Comprendo la differenza del tipo di tavole "bianco/nero/" e colore a sottolineare momenti emozionali diversi, concordo sul fatto che questo tipo di fumetto rende perfettamente "l'aria americana della storia".

Mi è proprio piaciuto, l'ho letto in un paio d'ore e non cambierà la vostra idea o percezione dell'evento in sé e nemmeno delle persone che ancora oggi ne gestiscono gli effetti. Forse nello sguardo a questi problemi ci sarà meno pietismo e più comprensione o meglio una predisposizione ad ascoltarsi e anche a spiegarsi. 
Buone letture,
Simona Scravaglieri

American Window
Alissa Torres
Rizzoli Lizard, ed. 2011
Traduzione a cura di Anna Aglietti
Prezzo 18,90€

Fonte: LettureSconclusionate


mercoledì 18 aprile 2018

[Dal libro che sto leggendo] La guardarobiera

Fonte: Pinterest

Avevo dimenticato di aggiungere il [Dal libro che sto leggendo] dopo la recensione de "La guardarobiera" per permettere, a chi voglia farsene un'idea, di sbirciare qualche riga in maniera da capire se è il suo genere o no. Come detto in quell'occasione il giudizio, decisamente tiepido,  è dato da una che ha letto "Follia" e che decisamente si aspettava altro. Immutabile è il fatto che Mcgrath abbia un dono, peccato che così sia un po' sprecato.

Siamo a cinque anni dalla fine della guerra in una Londra ancora distrutta e che è divisa in due anime: i nostalgici fascisti e tutti gli altri. In questa atmosfera decisamente bigia e pesante, un attore muore, lasciando una moglie, capo guardarobiera di un teatro,  una figlia, attrice decisamente famosa e, infine, un ruolo, quello di Malvolio. In queste pagine si svolge l'ennesima tragedia di due donne che devono razionalizzare il dolore della perdita e confrontarsi con il ricordo del loro congiunto che, improvvisamente, non è più come lo vedevano ma ha nascosto loro molte cose.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

 

L’attore Charlie Grice era morto. Un fulmine a ciel sereno, e quella bella società, gli uomini e le donne del teatro londinese, si era radunata per il funerale. Era il gennaio del 1947 e una giornata di freddo pungente a Golders Green. Ci assiepammo nel cortile del crematorio ed eravamo così tanti, una volta entrati nella grande cappella, che i ritardatari dovettero restare fuori. Un tutto esaurito: be’, Gricey non si meritava di meno. Sul fatto che avrebbe scelto Golders Green, invece, qualche dubbio lo avevamo. Vera, la figlia, indossava un paio di occhiali scuri e un cappotto nero di pelliccia. Attrice anche lei, sembrava provata e si tenne stretta per tutto il tempo al braccio della madre. La madre era Joan Grice, anche lei in nero e con il velo. Non particolarmente simpatica, Joan, ma come non provare pena per lei, quel giorno? A detta di tutti era stato un matrimonio felice. 
Abbiamo sentito descrivere Joan Grice come una donna stupenda. Una donna di straordinaria bellezza, senz’altro, e formidabile. Aveva i capelli neri senza un filo d’argento. Li portava tirati all’indietro con una certa severità, per meglio gettarsi sul mondo come una falce, era stato detto. Alta quanto il defunto marito e di corporatura snella, il viso era pallido e scolpito, col mento alto, i lineamenti modellati in una pietra bianca e dura; l’effetto certe volte era ieratico. Ma, oddio –ci rincresce dirlo –aveva i denti inguardabili! Gialli, neri alla radice e tutti storti. E come capita a molte inglesi era forse questa l’origine della spigolosità del suo carattere, ossia della sua profonda riluttanza a sorridere. Ma se la lingua sapeva essere velenosa, la mente era lucida, anche nei fumi dell’alcol. Nel lavoro poi, direttrice di un guardaroba costumi, Joan era una delle migliori di Londra. 
Per i propri abiti prediligeva una buona stoffa nera e tagli antiquati, magari accesi da un tocco di argento al collo o al polso. Con l’ago, quando doveva usarlo, poche erano più brave e veloci di lei. Un po’ di imbottitura, una sforbiciata, una piega, uno spillo, un punto –un rimasuglio di pizzo –e riusciva a trasformare il capo più anonimo in qualcosa di elegante e prezioso. Sotto il cappotto indossava una giacca squadrata con le spalline e una gonna aderente. Le gambe fasciate di pura seta. 
Joan era orgogliosa del proprio lavoro e pretendeva che anche chi lavorava per lei rispettasse i suoi stessi elevati standard. Al marito aveva sempre cercato di risparmiare, non sempre riuscendovi, la devastazione che era capace di infliggere ai comuni mortali. Quando però c’era di mezzo la loro figlia –ossia quando si trattava di Vera –era un leone. La maggior parte dei presenti le era nota, tranne alcuni –noi lo sapevamo chi erano, oh sì –che Joan non aveva mai visto, di sicuro non era gente di teatro, ma del resto Gricey aveva frequentato di tutto, criminali compresi. C’era Sir John Brogue, e in forma discreta, Joan si era spesso presa cura dei suoi costumi, e c’era Madame Anna Flitch, tutta in bianco, un vago sorriso sulla faccia malamente incipriata mentre distribuiva gigli, e dove diavolo se li era procurati i gigli in quell’inverno di austerità? Era venuto anche Ed Colefax, e poi Jimmy Urquhart, per nulla imbruttito da un soggiorno in galera, le amiche di lunga data Hattie Waterstone e Delphie Dix –la vecchia ballerina ormai su una sedia a rotelle –e naturalmente Rupert, al verde, dicevano, ma sì, parecchi della vecchia guardia, quelli che erano sopravvissuti alla guerra... e pensare che Gricey se li stava perdendo. Si sarebbe divertito da matti. 
Vera nel frattempo teneva ancora gli occhiali scuri, avvinghiata al braccio della madre mentre si dirigevano verso la cappella, ed era chiaro quanto la povera ragazza fosse in difficoltà. Così alta e graziosa, una donna più statuaria della madre eppure così fragile quel giorno, davvero straziante, ci venne da pensare. Il marito di Vera era Julius Glass, l’ex impresario, un uomo segaligno, dalla carnagione giallognola, una ventina d’anni più anziano di lei, le stava alla sinistra e aveva accanto Gustl Herzfeld, un’ebrea rifugiata che si diceva lui avesse salvato dai nazisti, un soggetto molto, molto interessante. A Hattie si era presentata come la sorella di Julius ma avevamo i nostri dubbi. Sembrava francamente improbabile. Julius era austero e guardingo, incombeva sulle sue donne come una specie di airone palustre giallo. Che cosa Joan provasse per lui quel giorno lo si poteva soltanto immaginare, ma correva voce che Julius e Gricey non fossero in rapporti idilliaci –per usare un eufemismo –si diceva addirittura che Julius fosse lì sui gradini, quando Gricey era caduto.



Questo pezzo è tratto da:


La guardarobiera
Patrick McGrath
La Nave di Teseo, ed. 2018
Traduzione a cura di Carlo Prosperi
Collana "Oceani"
Prezzo 19,00€



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venerdì 13 aprile 2018

"Gli autunnali", Luca Ricci - Ossessioni...

Jeanne Hébuterne(au_chapeau)
Fonte: Wikipedia

È complesso per me parlare del libro di oggi senza citarne un altro che è stato all'origine della scelta che mi ha portato al leggere Luca Ricci. Da un lato, non lo nascondo, sono anche io "letterariaramente" nella stessa condizione del protagonista di questa storia, ovvero non mi innamoro completamente di un libro dai tempi di Ira Levin e di Hernietta Lacks, dall'altro lato, la storia di questo amore impossibile che travalica quasi un secolo è un qualcosa che mi fa tornare alla mente "Madrigale funebre" che è il racconto che mi rese per sempre caro Gustaw Herling. Ora, vai a capire il perché, scopro che questo argomento si rivela vincente anche se trattato in maniera diversa, in una storia della nostra contemporaneità, a quasi 20 anni di distanza. E non sta tanto nella questione della "coppia tradita da uno dei due" ma nell'ossessiva ricerca di uno status di amore che vinca sul passare del tempo. Quando ne abbiamo parlato nel [Dal libro che sto leggendo] ho fatto riferimento alla circolarità dell'ossessione ed è così che guardo a "Gli autunnali" ed è per questo che nonostante la distanza presa dal libro mi piace ancora molto.

La scoperta che il malessere che ci pervade, la perdita dell'amore, l'accettazione che sia un dato di fatto, la ricerca di come colmare un vuoto che ora ha un nome, il guardare alla possibilità di trovare una sostituta. Ma, attenzione, la "sostituzione" è solo riguardo l'amore nel caso di una coppia che si disgrega solo per uno dei due componenti, perché a nostra moglie guardiamo con rispetto e distanza perché ci sentiamo in difetto. Se nel caso di Herling, questo amore che travalica i secoli nasce dallo studio e dalla conoscenza approfondita dei lavori del Principe di Venosa, per Ricci e per il suo protagonista, ovvero lo scrittore, l'amore è un colpo di fulmine. Lei è lì, immortalata in una foto degli anni ruggenti parigini, circondata dall'aura di possibilità letteraria e figurativa di un nuovo mondo fatto di linguaggi e immagini innovative. È un attimo. L'ossessione prende forma da questo momento, nasce sporca e nascosta, ma non perché lo sia ma per la difficoltà di spiegare. 

È da qui che inizia il circolo vizioso. Amore, dolore, vuoto, comprensione, rassegnazione, ricerca, conoscenza e di nuovo amore. A questo cerchio corrispondono sezioni precise che identificano il grado della nostra partecipazione ad ogni fase. L'amore non è solo amare, è la dichiarazione alla società che stiamo amando e, attenzione, non si fa con il matrimonio. Il primo atto di ufficializzazione è quello di farsi vedere in giro insieme almeno nella nostra cultura: tenersi per mano, abbracciarsi, toccarsi la spalla quando si attraversa la strada. E mentre Herling si ferma alla prima parte dell'ossessione, nel disvelamento della sua natura, Ricci va oltre con il suo personaggio esplorando a fondo il passaggio dal buio alla luce, dalla luce alla necessità del tatto, della consistenza fisica. In questa ricerca, il mondo delle emozioni ci si apre in una forma del tutto inconsueta e particolare diventando tangibile all'ignaro lettore che si ritrova di colpo a esplorare questi vuoti, necessità, desideri e sensazioni.

La questione alla fine si amplia diventando un'opportunità per guardarci in maniera più attenta. L'ossessione svela che l'amore non ha numeri - può essere quello del singolo o di molti -, che nel processo di sublimazione "l'idealizzazione" ci è nemica perché nel riferirci ad essa prendiamo le distanze dalla realtà e tutto ci sembra più grigio e meno rotondo di come dovrebbe essere. Quindi, in sostanza, la storia di Ricci non si chiude ma continua nelle ossessioni personali di ognuno di noi anche di natura diversa, apre un discorso, ci permette di vedere e di riflettere, di iniziare una personale revisione. La parte più pregevole di questo lavoro non si ferma solo a questo, ma si trova anche nella straordinaria leggerezza e naturalezza con cui queste vicende vengono inquadrate e narrate che, in una storia di introspezione sarebbe potuta risultare pesante, e nel suo saper dosare. Non è un tomo ma non è nemmeno un racconto, ma ha quello spazio giusto per immergersi, partecipare ed empatizzare con la storia e al contempo si interrompe proprio nel modo e al momento giusto per cui tu rimanga con lo stesso vuoto del protagonista. Potrai anche tu ricominciare da capo con un altro libro, ma le questioni qui aperte riaffioreranno in seguito naturalmente a testimonianza che anche tu appartieni a questa storia perché l'hai vissuta con il suo protagonista fino in fondo...

Non credo sia necessario aggiungere che questo libro mi sia piaciuto parecchio, che ho trovato consolazione in un qualcosa di raccontato in un modo raffinato e scorrevole, che ho amato quel vuoto che lascia la morte, sofferto di gelosia agli sguardi che anch'io pensavo indiscreti pur domandandomi se davvero fossi nella condizione di poterla provare e, infine, ho dovuto prendere atto che quel che credevo fosse per me, in realtà è sempre stato di altri. E se ti stai interrogando su queste ultime righe, allora anche tu hai bisogno di leggerlo.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 



Gli autunnali
Luca Ricci
La Nave di Teseo, Ed. 2018
Collana "Oceani"
Prezzo 17,00€

mercoledì 11 aprile 2018

[Dal libro che sto leggendo] Il drago verde

Scarlett Thomas
Fonte: Wikipedia


Alla fine ce l'ha fatta! Anche colei che è riuscita a creare ambientazioni assurde e bellissime ma non ha mai azzeccato un finale, manco di striscio, finalmente è riuscita ad azzeccarne uno. Questo è un libro per ragazzi ed è il primo di una trilogia. Premettiamo: agli amanti di Harry Potter Farà storcere un po' la bocca, almeno in qualche punto, ma è pur vero che la storia ha un altro assetto che però si svela solo alla fine. Ci sono dei maghi che non sanno di esserlo, mondi diversi, portali e tanti libri e una strana setta che li ruba per averne di più da leggere (si avete letto bene!). E il drago? C'è anche lui, e per la mia felicità mangia le principesse e non perché venga poi a salvarle il principe azzurro ma perché tra far morire di fame la gente e ammazzare una principessa, meglio sacrificare la principessa!

Effie è una ragazzina che ha perso la madre da piccina, che ha una matrigna alquanto bislacca che si inventa una dieta al dì e un nonno un po' strano che le fa fare cose noiose. Poi un giorno il nonno viene attaccato da non si sa chi. In ospedale le sue ultime attenzioni sono per Effie, perché prenda con sé tutti i volumi della sua biblioteca e uno in particolare. Quello è il libro che narra una storia unica... solo che Effie dovrà bruciarlo per salvarsi e salvare i suoi amici.

Ne riparleremo in recensione,
e per oggi buone letture!
Simona Scravaglieri
1 

La signora Beathag Hide era la classica insegnante che fa venire gli incubi ai suoi alunni. Alta e magra aveva le dita straordinariamente lunghe, simili ai rami affilati di un albero velenoso. Indossava dei dolcevita che facevano sembrare la sua testa un pianeta che veniva lentamente espulso da un universo ostile, e dei completi di tweed di strane e ultraterrene sfumature rosa e rosso che tingevano il suo viso di un colorito pallido come la luna. Era impossibile capire quanto fossero lunghi i suoi capelli, perché li teneva sempre legato in un tiratissimo chignon. Ma erano del colore di tre - forse anche quattro - buchi neri messi insieme. Il suo profumo ricordava uno di quei fiori che non incontro mai nella vita reale - petali di un blu molto, molto profondo, che crescono soltanto sulle cime di montagne remote, forse le stesse lande desolate dove i rami degli alberi sono così simili alle sue dita..
O più che altro questa era l'impressione che aveva di lei Maximiliam Underwood, in quel roseo e avvizzito lunedì di fine ottobre.
La sua voce faceva piangere i bambini più fragili. A volte si ritrovavano in lacrime solo a pensare a lei a tarda notte o quando erano soli a bordo di un autobus scricchiolante che correva sotto la pioggia. La signora Beathag Hide era così spaventosa che di solito le davano il permesso di insegnare alla Scuola Superiore. A quanto sembrava, tutte le cose che la appassionavano di più implicavano morti violente e premature. In particolare  adorava il mito greco di Crono che divorava i propri figli. La Classe di Maximilian aveva lavorato a un progetto su quella storia giusto due settimane prima: tutti gli sventurati figlioli erano stati realizzati in cartapesta.
La signora Beathag Hide, in realtà, era la supplente di Dora Wright, la vera maestra, che si era dileguata dopo aver vinto un concorso per racconti brevi. Alcuni dicevano che fosse scappata al sud per diventare una scrittrice professionista. Altri che fosse stata rapita per una faccenda collegata in qualche modo al suo racconto. Quest'ultima ipotesi era piuttosto improbabile, dato che aveva ambientato la trama nel castello di un mondo completamente diverso da questo. In ogni caso, era sparita. E ora la sua alta e terribile sostituta stava facendo l'appello.

Questo pezzo è tratto da

Il drago verde
Scarlett Thomas
Newton Compton, ed. 2017
Traduzione a cura di B. Messineo
Collana "Nuova narrativa Newton"
Prezzo 10,00€

venerdì 6 aprile 2018

"I figli del male", Antonio Lanzetta - L'indiscrezione e la morte...

Fonte: Recensioni per esordienti



Il problema nel commentare un thriller, è che di solito l’obiettivo del libro è chiaro: o c’è un’indagine o si sta assistendo ad una situazione limite. Non ci sono sotto strutture o altro da guardare; si può commentare sull'architettura della trama o se l’autore abbia saputo tenere il ritmo costante e la sua gestione dei momenti clou di tensione. Ma in generale un thriller o è bello oppure no, verosimile o campato in aria, l’indagine è in chiaro – con tutti gli indizi che ti permettono di seguire le vari fasi dell’inchiesta/ricerca del colpevole- o alla Poirot – ovvero con gli indizi, non così evidenti o assenti, che richiedono una spiegazione, del protagonista o della voce narrante, di come si siano realmente svolti i fatti. Infine si può analizzare se la narrazione è coinvolgente oppure no.



In questo caso, il lavoro è decisamente bello e coinvolgente, con una scrittura fluida, che non indulge in descrizioni inutili che tanto rovinano in altri casi l’effetto generale, è verosimile e riporta un’indagine che si può seguire passo dopo passo, ha anche una trama articolata e costruita su più tempi nei quali Lanzetta si muove agilmente non tralasciando nessuno degli innumerevoli personaggi di questa storia. L’indagine del tempo presente si ricollega ai due tempi passati svelandosi pian piano mentre aumenta la tensione. Lo stesso trattamento è riservato per tutte le varie epoche citate e alla fine lascia un sottile spiraglio che apre ad un possibile seguito ma che, al contempo, non rende il libro come un “lavoro di mezzo”. 
E con questo potremmo chiudere la recensione dando qualche informazione di quale sia la trama. Il problema, il mio problema personale, è invece che la questione non si chiude qui per me.

Quello che più mi è piaciuto di Lanzetta non è tanto il suo essere paragonato a Stephen King, in una versione italiana decisamente credibile e per puro gusto personale “migliorata”, ma che sia stato in grado di produrre un lavoro fuori dai contesti che mi capitano solitamente fra le mani. Un thriller lo leggi una volta e poi lo tieni perché ci sei affezionato ma difficilmente lo rileggi. In questo caso invece le sfumature, seminate qui e là, ti danno l’opportunità di rileggerlo per cercare quello che, nell'ansia della tensione della prima lettura potrebbe esserti sfuggito ma che, con una lettura più attenta, è già lì, in bella vista. Così si coglie quel che c’è di nuovo, ovvero il fatto di essere riuscito a trovare una formula diversa e calzante in un genere, che in ambientazioni estere solitamente regge con grande successo ma in Italia non ha trovato grandi esempi innovativi, dandogli una veste che regge anche nella versione nostrana. Quando nel [Dal libro che sto leggendo] dicevo che non è una "storia di plastica" intendevo infatti questo; ho sintetizzato allora, dicendo che l’entità italiana si vede nelle lungaggini burocratiche, nella lentezza dell’avanzamento delle indagini e nei mille collegamenti, ma, in effetti, viene molto prima e si trova nell’anima nera che genera la storia più lontana nel tempo e che si dirama in quella del presente narrativo. 

Una volta Gustaw Herling parlando in un'intervista con un corrispondente polacco si diceva affascinato dal sud Italia e in particolare per questa mescolanza di cultura e folclore nei riguardi della morte. Molto più tardi, nel 2010, in un libro di Ruggero Cappuccio “Fuoco su Napoli” si trova un dialogo che è la sublimazione della fascinazione che sentiva esercitata su di sé Herling : […] Sai l'unica cosa che ti consente di distinguere fra le conoscenze e le amicizie e' indiscrezione. E Napoli con la morte e' sempre stata indiscreta, perché Napoli con la morte, aveva fatto un'amicizia antica. […]. In questo caso si parla di Napoli ma è un concetto applicabile a tutto il sud Italia con formule, a volte, del tutto diverse. Ma in sostanza è tutta qui sintetizzata la bellezza di questo lavoro: la capacità, utilizzata con naturalezza eccezionale, di applicare questa "amicizia indiscreta", questo recondito segreto - un misto di leggende e folklore - ad un genere completamente diverso dal classico romanzo.  Qui la storia amplifica creando una leggenda non dissimile dalle tante che si vociferano per i paesi e per le strade, un qualcosa che si ingrandisce e che si ramifica nello spazio e nel tempo senza la paura di essere surclassata dagli anni che passano. Perché, in determinati ambienti può arrivare la tecnologia, laddove ieri arrivava solo la religione, ma il contesto di leggenda rimarrà nel DNA dei presenti e dei futuri uomini che, in quei luoghi, vi si imbatteranno.

Potremmo quasi visualizzarla come una maledizione, anche se effettivamente non ha sempre queste fattezze. A questo si aggiunge il fatto che tutto ciò dona all'insieme un classico velo "noir" che, in questo caso, ci sta decisamente bene.  Sarebbe stato facilissimo scadere nell'horror, trattando di morte e aldilà, e invece Lanzetta pare scegliere di camminare sul filo del rasoio, occhieggiando al di là della linea senza passarla mai e ne scaturisce una storia a tinte fosche che si svolge, per contrasto, nel pieno sole del sud, in un paese in provincia di Salerno. È uno di quelli arroccati con casette tutte vicine una all'altra e che poi diventano sempre più isolate. E in questo clima, con un pesante bagaglio del senso del male che aleggia in quei luoghi è facilissimo sentire l'ansia di una semplice visita ad un casolare abbandonato, o anche la solitudine di un'aia arsa dal sole o non stare troppo tranquilli in riva ad un ruscello nel bel mezzo di un bosco. Quindi tutto il contesto collabora egregiamente ad accompagnare gli eventi ed è questo utilizzo che rende più pregevole il risultato finale.

Ma di che si parla in questo libro che di solito la sinossi la metti molto prima? Lo so che ve lo state chiedendo! Siamo in uno qualsiasi dei giorni di oggi, da un lato c'è Damiano, scrittore che ricava bestseller da casi di cronaca nera, che viene coinvolto in un'indagine che vede due morti ritrovati in tempi e luoghi diversi;  le uniche cose che hanno in comune sono come sono stati contattati e quel che è stato trovato nella loro bocca. Dall'altro c'è Flavio, amico di Damiano, che sta cercando di riportare alla vita e alla parola una giovane, Roberta, che è arrivata nella clinica psichiatrica dove lavora, in circostanze decisamente misteriose. A questi eventi del presente si affiancano il passato di Flavio e di Damiano e la genesi di un'oscura leggenda.

Detto anche questo, che c'è da aggiungere? Comprerò certamente il libro precedente e, ove mai uscisse, anche il successivo. È un buon libro che ti prende e ti tiene impegnato e attento fino all'ultimo. Se vi capita leggetelo e non ve ne pentirete.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


I Figli del male
Antonio Lanzetta
La corte Editore, Ed. 2018
Collana "Underground"
Prezzo 17,50€




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